Vite ai margini

Dove finisce lo sguardo distratto, iniziano le vite ai margini.
Storie che non chiedono pietà, ma di essere riconosciute.

Entriamo nei territori dove lo sguardo sociale si fa corto, frettoloso, spesso spietato.
Ci entriamo non per compassione, ma amore della verità. Non per pietà, ma per presenza.

In Lungomare Catulo s.n.c. il margine è geografico e simbolico insieme: un lungomare che diventa casa, rifugio, confine tra ciò che resta e ciò che è stato perduto. Qui la precarietà non è solo economica, è identitaria.

Eppure, tra cartoni e vento salmastro, affiora una dignità che non chiede permesso. Il mare non giudica: ascolta.

In Non più soli  il margine è quello dell’isolamento. È il punto in cui un passo falso rischia di trasformarsi in invisibilità. Ma dentro quella soglia nasce una comunità che tiene, che sostiene, che ricuce. La solitudine si incrina quando qualcuno decide di restare perchè capisce di non essere più solo. Non è l’eroismo a salvare, è la relazione.

Con Yin & Yang il margine si fa interiore. È il conflitto tra opposti, tra forza e vulnerabilità, tra ciò che mostriamo e ciò che siamo, anche. Qui l’esclusione è il risultato di uno sguardo che non sa accogliere la complessità. Eppure l’equilibrio non è assenza di tensione, è convivenza degli opposti.

In queste tre storie il margine non è un luogo fisso: è una condizione mobile, che può toccare chiunque. nel suo insieme questo primo capitolo smonta l’idea che “fuori” significhi lontano. 

Ci ricorda che basta poco per scivolare ai bordi e che basta uno sguardo diverso per riportare qualcuno al centro.