Dal porticciolo turistico di Ostia, supero il pontile, la Rotonda, e continuo verso sud. Nove chilometri di lungomare che per molti romani sono luogo di passeggiate, aperitivi vista mare, biciclette che sfrecciano con il sale addosso. Ma se smetti di guardare solo l’orizzonte e abbassi gli occhi, vedi altro. Vedi chi lì non è di passaggio.

Lungomare Catulo s.n.c. (2024-25)

Tra Ostia Ponente e Levante vive una piccola comunità invisibile: roulotte e camper parcheggiati come fossero in vacanza, ma senza nessuna vacanza in corso. Secondo l’ISTAT, in Italia oltre 96.000 persone vivono in precarietà abitativa; a Roma almeno 8.000. Anche qui, sul litorale. Alcuni mezzi sono decorosi, con piante e alle finestre tendine ordinate. Altri sono dei rottami. A Piazza Sirio ce ne sono una quindicina, tutti piuttosto dignitosi. Più in là, a Piazzale dell’Aquilone, se ne contano almeno una quarantina: rifiuti, odori forti, sopravvivenza pura.

Sono stato camperista per tanti anni. Con mia moglie e le mie figlie ho attraversato l’Europa. Per noi il camper era libertà, sogno, famiglia. Guardando quei mezzi sventrati ho pensato che lì dentro non potesse essere mai esistita felicità, né sogni. Poi mi sono corretto: forse sì. Forse prima di diventare rifugio, sono stati casa di vacanze, risate, bambini che dormivano stretti.

La fotografia mi ha portato lì. Non cercavo il degrado da sbattere in faccia, ma la luce che resiste. Mi sono avvicinato piano. Qui diffidano di tutti: controlli continui, giornalisti a caccia di storie da prima pagina, ragazzini crudeli o forse solo annoiati che li bullizzano.

Ho iniziato parlando con uno, poi un altro. Carlo, che prima di rimediare una roulotte ha vissuto tre anni in tenda nella pineta. Dario, che ha venduto la casa per pagare gli avvocati al figlio in carcere e ha comprato un secondo camper per quando uscirà, mancano anni ma la paura di finire prima i pochi soldi rimasti ha avuto la meglio. Fabio, un divorzio e un lavoro perso durante il Covid, mio coetaneo e vecchi amici in comune, Fabio che potevo essere io.

Da ultimo ho conosciuto Chris. Vive tra due camper disposti a L, in uno ci dorme, l'altro funge da magazzino; con sé ha due cani puliti che decidevano chi poteva avvicinarsi. “Mi fido dei miei cani. Se vai bene a loro, vai bene a me.” Così sono entrato nel suo mondo: un giardino anarchico di oggetti recuperati, piante curate, coltelli nascosti per difesa. E con un cappello da cowboy in testa.

Tedesco di Marktl, cinque figli ma una sola di loro che ancora lo va a trovare. “Qui non ho niente, ma sono libero”, mi diceva quando gli ho chiesto perchè non tornasse in Germania dove l'attendono la figlia e la vecchia madre, "se torno lì ritrovo i vecchi amici, la droga, la galera". Ci è voluto tempo prima che accettasse di farsi fotografare. Cinque mesi. Quando è successo e mi ha lasciato entrare nel suo mondo l’odore era pungente, il caos ovunque. Eppure, a guardar bene, c’erano cura, intenzione, dignità.

Giocavamo a scacchi quando arrivò una pattuglia preoccupata per me: “Vi sembro in difficoltà? Sto pure vincendo.” I poliziotti se ne andarono increduli, Chris rise, io con lui. Nel suo mondo le sorprese non mancavano mai: raccattava tra l'immondizia cose impensabili che poi risistemava: nel suo "bazar" trovi di tutto: un busto del Duce, un manichino travestito di volta in volta in stile burlesque o dark o ancora da sub, a seconda di come gira a Chris. E tante cianfrusaglie che non sai perchè sono lì.

Non cercavo e non ho trovato eroi. Ho trovato uomini fragili, pieni di ombre e di dettagli minuscoli che raccontano più di mille discorsi. La verità sta lì, nei particolari. Basta fermarsi. Guardare davvero