Entrare a Regina Coeli con una macchina fotografica non è stato semplice. Oltre il 30% dei circa 900 detenuti è in attesa di giudizio: non più libero, ma neppure colpevole in via definitiva. In un luogo così, la tutela dell’immagine è tutto. Dopo aver condiviso il progetto con Padre Vittorio, il cappellano del carcere, e con la Direttrice, ho atteso quasi un anno il nulla osta del Ministero della Giustizia. È arrivato, ma con limiti severi: potevo fotografare solo negli spazi comuni durante le attività della VO.RE.CO., l’associazione di volontariato che fa capo a Padre Vittorio, e senza rendere riconoscibili i detenuti.

Niente celle, niente ritratti.

All’inizio è stata una doccia fredda. Poi ho capito che il mio lavoro non doveva raccontare il volto del reato, ma il tentativo di restituire dignità a uomini privati della libertà. Dovevo concentrarmi sul “cosa”, non sul “chi”. Così è nato “Non più soli”.

Non più soli (2017)

Un racconto nato dove c'è poco da raccontare: giornate tutte uguali, ricordi tutti uguali, sogni tutti uguali. Uomini dimenticati che giorno dopo giorno dimenticano ciò che è stato e non sanno immaginare ciò che sarà.

Fuori da lì il tempo si ferma solo per i morti, in carcere si ferma per sentenza e riparte a pena scontata. In mezzo, il nulla.

Padre Vittorio celebra messa nei bracci, ascolta, orienta. I volontari organizzano laboratori, corsi, momenti di preghiera: attività che si sostituiscono al nulla che regna sovrano, riempiono il tempo e, soprattutto, creano appartenenza.

In carcere non si è mai soli e si è sempre soli: circondati da altri si, ma immersi nella propria solitudine.

Una considerazione, questa, di Valerio Bispuri uno dei maggiori interpreti della fotografia in carcere. Gli affetti restano fuori, compressi in colloqui regolati. Colloqui in cui tutto è falso, dalla serenità dei visitati all'allegria dei visitatori.

Papà in castigo visitati da figli cresciuti in fretta. Non si conoscono né si riconoscono.

L'abbiamo detto: dentro e fuori il tempo scorre a velocità differenti e questo, inevitabilmente allontana.

Uomini accusati di aver ferito trovano conforto nella spiritualità e nella fratellanza.

Le stesse mani che, forse, hanno sbagliato ora dipingono, modellano, giocano a scacchi.

Tatuaggi onnipresenti che se ben interpretati, ma è difficile, raccontano più di un Curriculum Vitae.

Uomini grandi e grossi, fuori temuti che non hanno mai chiesto quello che volevano ma l'hanno preso e basta, a qualunque costo, qui dentro sopravvivono rassegnati, compilano una “domandina” per una saponetta o per un pacco di caffè. Una domandina tipo quella che i loro figli forse fanno a Babbo Natale.

Cercano di non impazzire, di riflettere, magari di cambiare. Qualcuno ci riesce. la maggior parte invece viene cambiata e si aliena completamente.

Per mesi ho fotografato senza sapere nomi né colpe. Dentro, quei dettagli contano meno del tempo da attraversare. E mentre fuori, a pochi passi, scorre il cuore di Roma, oltre quei tre gradini di via della Lungara restano solo i rimpianti.

Degli ultimi e dei penultimi. Separati da un confine sottile, che chiunque, in un senso o nell’altro, potrebbe attraversare.

Quello stesso confine che da quarant'anni ogni mattina Padre Vittorio attraversa per incontrarli e portar loro un po' di sollievo.