essere nelle situazioni: osservarle, conoscerle, raccontarle...
Siamo ora nel quartiere romano di Torpignattara: quasi tre anni del mio tempo libero per abbattere le mie paure figlie dell'ISIS e qualche barriera culturale. Qui una delle comunità bengalesi più numerose d’Italia ha ricreato un frammento della propria terra d’origine. Niente di nuovo: hanno creato la loro Little Dahka cent'anni dopo le nostre Little Italy.
Quello che per molti romani è solo un quartiere popolare della periferia est, per chi arriva dal Bangladesh diventa un ponte tra due mondi: Roma resta la città in cui si lavora e si costruisce il futuro, Dhaka continua a vivere nei gesti, nei colori e nelle tradizioni della vita quotidiana.
Roma-Dahka Km0 (2014-15)
Ricostruiamo questa dimensione attraverso le strade del quartiere: insegne in bengalese, negozi di spezie e tessuti, ristoranti, centri religiosi e luoghi di incontro che trasformano lo spazio urbano in una piccola geografia culturale.
L'onnipresente cumino.
È un paesaggio umano in cui la distanza tra Italia e Bangladesh sembra accorciarsi fino quasi ad annullarsi.
Non c’è contrapposizione tra appartenenza e integrazione.
Piuttosto emerge il tentativo di mantenere vive le radici mentre si costruisce una nuova quotidianità dentro una città diversa.
La lingua, la religione, le feste e le abitudini familiari diventano strumenti per non perdere il legame con la propria storia, mentre il lavoro e la vita pubblica aprono lentamente alla relazione con il contesto italiano.
Le persone si muovono tra questi due orizzonti con naturalezza: commercianti, famiglie, giovani cresciuti tra due culture. I bambini la mattina frequentano la scuola pubblica per imparare l'italiano e il giovedì pomeriggio lo passano alla Moschea di Via Serbelloni per mantenere vive le loro tradizioni e imparare il Corano e il Bengalese.
Una lingua per la quale il 21 febbraio 1952 molti giovani bengalesi furono uccisi dalla polizia del Pakistan (che allora comprendeva anche il Bangladesh); oggi quella data è una celebrazione indetta dall'UNESCO per non dimenticare quei martiri e per promuovere la madrelingua.
Alcuni passanti osservano con curiosità, altri con diffidenza, ma la vita del quartiere continua a scorrere seguendo ritmi propri, fatti di comunità e solidarietà.
Attraverso immagini e narrazione, “Roma–Dhaka km 0” restituisce la complessità di una realtà spesso percepita come estranea, mentre dietro le etichette legate all’immigrazione, esistono storie di adattamento, lavoro e appartenenza che contribuiscono a ridisegnare il volto stesso della città.
“Le periferie sono la città del futuro. È lì che si gioca la partita più importante" per dirla con le parole di Renzo Piano.
Più che raccontare una comunità “altra”, un invito a riconoscere che questi mondi paralleli sono già parte della stessa città: basta attraversare una strada, fermarsi a guardare, e scoprire che tra Dhaka e Roma, a volte, la distanza può ridursi a pochi passi.